13 settembre 2008

13.09 San Francisco: Alcatraz, SFMoMA, Union Square

San Francisco è più bella di quanto pensassimo. Talmente bella che decidiamo di fermarci un giorno in più, domani, e partire per lo Yosemite National Park lunedì mattina. Non c'è niente da fare: bella la natura, ma siamo tipi metropolitani.


Alcatraz.
La giornata comincia con mezz'ora di ritardo: non sentiamo la sveglia (programmata per le 08.00 sull'iHome in dotazione nella nostra bellissima camera) e siamo costretti a correre per raggiungere il Pier 33 e imbarcarci per Alcatraz. Dieci minuti di battello e arriviamo su The Rock. L'isola è parte del Golden Gate National Park, e infatti tutto è costruito per il godimento del turista: la ranger che introduce l'isola appena ormeggiati, le audioguide con cuffie (disponibili anche in italiano: incredibile), il negozio di ricordini trash.
Scopriamo che Alcatraz in realtà è stata in funzione per poco più di trent'anni: tra le sue mura, erano rinchiusi però nomi di un certo spicco come Al Capone detto "Scarface" o Robert "The Birdman" Stroud. I tentativi di fuga sono stati innumerevoli, ma solo uno è andato (forse) a buon fine: i corpi dei tre fuggiaschi evasi nel giugno del '62, che normalmente venivano recuperati dalla San Francisco Bay morti assiderati, non furono mai ritrovati. La storica evasione è immortalata nel film "Fuga da Alcatraz" con Clint Eastwood. Per il resto, Alcatraz conta una ventina di morti per malattie, una decina ammazzati da altri prigionieri e altrettanti suicidi.
L'edificio, le celle, il refettorio, gli uffici e quant'altro sono ancora intatti e mantenuti come erano negli anni di attività della prigione: l'effetto è abbastanza impressionante, amplificato anche dalle audioguide che, oltre alle voci narranti, aggiungono rumore di catene e sbarre, urla, colpi di pistola e lamentele. Dei quattro blocchi, tre contavano celle standard (un metro e mezzo per due, un tavolo con uno sgabello, un water e un lavandino) e una, il Blocco D, le celle di isolamento: ancora più piccole, senza luce e senza vie d'uscita: impressionanti, anche perchè si potevano visitare dall'interno. In alcuni luoghi, era possibile vedere anche i resti di un bombardamento ad opera dei marines che sedarono con le bombe una rivolta. La prigione chiuse definitivamente nel '63, per gli alti costi di manutenzione, per gli edifici fatiscenti perchè esposti costantemente ai venti gelidi della baia, e perchè mancavano -tra le altre cose- le fognature.
Tra le testimonianze dell'audioguida, anche quelle di alcuni ex-detenuti di The Rock: la cosa peggiore, e non è difficile da credere, era che in ogni momento bastava guardare fuori dalle finestre o sbirciare al di là del cortile per scorgere San Francisco, distante solo 2 chilometri, e con essa tutto ciò che i detenuti si stavano perdendo. Una citazione su un pannello all'ingresso ricorda: "If you break the law, you go to prison. If you break the prison law, you go to Alcatraz".


San Francisco Museum of Modern Art (SFMoMA).
Rientriamo al Pier 33 sul battello, mangiamo un hot dog e un panetto col granchio (finalmente!) e prendiamo l'autobus per il MoMA. Attraversiamo così Chinatown, ed è facile accorgersene guardandosi intorno: per diversi minuti, gli unici senza occhi a mandorla sull'autobus pieno siamo noi due e l'autista (che è di colore). Arriviamo al MoMA, che tra le esibizioni conta anche una mostra su Frida Kahlo (che tuttavia evitiamo per il costo elevato): il museo è ben organizzato, su 4 piani, ed è denso di opere di grandi nomi. Dipinti e sculture di Dalì, Liechtenstein, Matisse, Giacometti, Duchamp, Rivera, Warhol, De Chirico e molti altri; al terzo piano, una mostra fotografica su Lee Miller, unica fotografa alleata durante la Seconda Guerra Mondiale, che ha lavorato tra gli altri alla redazione parigina di Vogue. Al quarto piano, la parte più interessante del MoMA: una breve rassegna di arte contemporanea cinese.
Tra le opere che ci hanno colpito di più: un gigantesco murales scritto in 8 lingue diverse (inclusi ideogrammi e caratteri indiani) interamente realizzato con capelli umani; il "Sonno della Ragione", raffigurante un Mao addormentato in mezzo a centinaia di piccoli dinosauri giocattolo in plastica (rimando a "il sonno della ragione genera mostri" di Goya); un centinaio di boxer colorati, su piedistalli a forma di stella, che ondeggiavano mossi da ventilatori colorati.


Union Square.
Scopriamo nostro malgrado che a San Francisco non si sa mai bene come vestirsi: con la felpa c'è caldo al sole, ma senza felpa c'è freddo all'ombra. Se si alza il vento si gela, se si placa si suda; senza contare che nei negozi c'è l'aria condizionata a mille. Torniamo verso Union Square, cuore pulsante di San Francisco: qui la città è vivacissima, e migliaia di persone si riversano in strada, girano i negozi, mangiano sedute sugli scalini della piazza o si inventano di tutto per strappare qualche cent di elemosina (troviamo anche un batterista, completo di doppia cassa e china che pesta come un disperato). Passeggiamo anche noi, come due americani qualsiasi: esploriamo velocemente Macy's (che qui occupa un palazzo di sette piani), la Cheesecake Factory (che purtroppo è piena di gente) e un negozio di biscotti con una scelta impressionante. Tra le altre cose scopriamo che il più famoso e apprezzato cioccolataio della California lavorava qui a San Francisco (che gli dedica persino una piazza), e si chiamava, guarda un po', Ghirardelli.
Ci riposiamo una mezz'ora in albergo, poi scegliamo di cenare da Loris Diner (che a dispetto del nome, non fa pizza e pasta col pesto), cucina americana in pieno stile anni '50. E chiudiamo la serata al Gold Dust Lounge, un locale minuscolo ma ben fornito dove, a parte chiederci i documenti prima di darci da bere (come se il Torre potesse mai dimostrare meno di 21 anni), siamo costretti a bere entrambi: la Chiari non sa cosa prendere, e finisce che il Torre si scola due Jameson in un quarto d'ora. La serata è allietata da un gruppo di attempati bluesman che, in un angolo, suonano i classici del blues e del rock.
Uscendo superiamo un signore sui 35, in perfetto completo giacca e cravatta, che barcolla pieno come una carogna; e poco oltre, una homeless cinese riversa al suolo, subito soccorsa dai Vigili del Fuoco: che qui, al contrario di quanto accade in Italia, gestiscono tutte le emergenze, incluse quelle mediche.


SCHEDA DEL GIORNO
Miglia percorse: poche, a piedi o in autobus
Alloggio: Union Square Hotel, 114 Powell Street, San Francisco
Alimentazione scorretta presso: Starbucks, Hot Dog & Chili, Loris Diner, Gold Dust Lounge
Frase del giorno: Posso vedere i vostri documenti, prego?
Acquisto del giorno: il cookie con cioccolato bianco e cocco presso Ted's Cookies
Best of the Day: il panetto col granchio al Wharf

4 commenti:

Anonimo ha detto...

domenica 14 settembre, h. 10,20, temperatura esterna 13,5°.
le ultime parole famose: "magari domenica riusciamo ad andare in piscina per l'ultimo bagno della stagione!"

Anonimo ha detto...

Sì, siete partiti in estate e tornerete in pieno inverno, non è divertente? Ieri sera ho bevuto un Irish Coffee....

Anonimo ha detto...

woooow anche io moma!!!
beh ragazzuoli noi, e per noi intendo ciò che resta della famiglia bernardi, siamo appena tornati da una maratona di 7 ore di pranzo!
chiusi in una stanza una settantina di persone che mangiano 3 antipasti, primo, secondo, sorbetto, dolce e caffè.. tutto a base di pesce!! mi sentivo molto carne da macello!
intorno alle 17 è avvenuta la liberazione e appena uscita un brivido freddo mi percorre... siamo piombati improvvisamente in autunno!!
malinconia e tristezza in un unico fritto misto..
(stanotte sognerò pesce -.-)

ciau belli!fate i bravi!e pensate a noi che pensiamo sempre a voi! =X

Chiari+Ste ha detto...

Noooooo! Non ditemi così che mi vien la depressioneeeee!