Santa Monica Beach.
La mattina comincia tardi, tanto ormai quello che c'era da vedere di Los Angeles l'abbiamo già visto. Ci spostiamo direttamente sulla spiaggia di Santa Monica e prendiamo posto con l'unico asciugamano (piccolo, per giunta) che ci siamo portati dietro. In spiaggia non c'è molta gente: qualcuno che fa footing, qualcuno prende il sole, qualcuno gioca con la palla. In acqua c'è solo qualche surfista niubbo alle prese con le onde. Ste fa il bagno: l'acqua è fredda e ci sono parecchie alghe, ma le onde sono fortissime (una prende in pieno Ste, che a momenti resta senza costume) e divertenti, per chi come noi è abituato al piatto Adriatico.
Venice Beach.
Pranzo da Subway con un bel panino, poi giretto da Wal-Mart (la catena di supermercati) per comprare le ultime cose e, soprattutto, un'altra borsa per riportare a casa tutte le cazzate che abbiamo comprato. Dopodichè ci spostiamo a Venice Beach, nota anche come "Muscle Beach" per i personaggi superpalestrati che la frequentano. In realtà di palestrati ridicoli ne vediamo uno solo (con un succinto costume a bandiera americana: patetico), in compenso Venice Beach sembra una gigantesca Festa in Rosso tipo quella di Verona: fattoni, musicisti improvvisati, bonghisti, rasta che vendono braccialetti, ragazzine dark che fanno i tatuaggi con l'henné, fattucchiere che leggono la mano, accattoni della peggior specie e qualche skater. Il cartello più emblematico ce l'ha in mano un rastone e dice: "Give me money, I need weed", cioè: "Datemi i soldi che mi serve la droga". Il lungomare è correlato da una serie di negozi tipo cinesi che vendono magliette e cappellini di pessima qualità: una delusione.
Cotti come le aole torniamo in albergo a riposare, poi disfiamo tutte le nostre valigie e cerchiamo di ricomporle con un po' di giudizio, ottimizzando gli spazi e preservando gli oggetti più fragili. Lavoro che, ovviamente, non abbiamo ancora finito: roba da Mission Impossible. Ci sta prendendo un po' di malinconia per la partenza; ma d'altra parte, abbiamo anche voglia di tornare alla nostra casetta e alla nostra vita. Se non fosse che in Italia non c'è Starbucks, dannazione...
26 settembre 2008
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