17 settembre 2008

16.09 Mono Lake > Mammoth Lakes > Lone Pine > Death Valley > Las Vegas

Anche oggi, abbiamo macinato una bella vagonata di chilometri su strada. Ma di sicuro, il tratto di oggi è stato il più bello fatto finora: la Sierra Nevada prima, regno dei cowboy, del bestiame e delle carovane; la Death Valley, impressionante deserto al di là di ogni immaginazione; e infine Las Vegas, che splende come un faro in mezzo al niente.

Mammoth Lakes.
Lasciamo Lee Vining sul Mono Lake al mattino presto, inforcando la Hwy 395 in direzione sud. Il primo paese è Mammoth Lakes, noto centro invernale di piste da sci e snowboard ma che, durante l'estate, ha ben poco da offrire. Ah, se ve lo stavate chiedendo: di laghi nei dintorni non c'è traccia. Con una discreta botta di culo becchiamo probabilmente l'unica cosa interessante della zona, che ci permette peraltro di fare un'ottima colazione. Pare che a Bishop (paese poco distante), negli anni '30 un tale avesse scoperto una particolare miscela di farine, sale e acqua, tale da ottenere una pagnotta in grado di restare morbida per giorni e giorni. La voce si sparse soprattutto tra pastori e allevatori di bestiame, costretti a lunghe permanenze lontano dai centri abitati (e dal pane fresco, di conseguenza) e il pane fu subito ribattezzato "the shephard bread". L'inventore fece fortuna, e aprì una piccola catena locale di questi forni (ora ampliati con zona caffè e colazione): roba da restare a bocca aperta. Il pane non l'abbiamo preso: la pagnotta più piccola era oltre i due chili, e la Death Valley non ci avrebbe permesso alcun companatico.

Lone Pine.
La Highway 395 taglia da nord a sud la Sierra Nevada, vasta prateria che, a fine '800, era meta prediletta del bestiame, dei cowboy e degli indiani. L'impressione è davvero quella di stare in un film: aspettavamo da un momento all'altro che una diligenza trainata da cavalli ci superasse. Niente a che vedere con lo Yosemite, verde all'inverosimile: qui le piante alte sono rade, abbondano i cespugli bassi, e l'altopiano è circondato da alte montagne che, d'inverno, si coprono di neve. Non c'è anima viva in giro, i centri abitati si contano sulle dita di una mano.
Uno di questi è Lone Pine, talmente immerso nella Sierra Nevada da sembrarne un'estensione. Poche case, tutte lungo la strada principale; un saloon con tanto di porte tipiche, baracche di legno che vendono souvenir indiani. E, fortunatamente, un piccolo supermercato e una stazione di servizio per fare l'ultimo rifornimento di bevande e benzina prima del deserto.

Death Valley.
Sarà che in Italia siamo abituati alle spiagge, alle montagne e ai boschi, e quindi la Highway 1 e lo Yosemite ci hanno impressionato, ma mai tanto quanto la Death Valley. Sarà per l'aria che, pur correndo a 65 mph in macchina, è calda come quella di un phon. Sarà che non cresce niente per chilometri e chilometri tutto attorno, e l'aria calda ti asciuga il sudore addosso e ti toglie il respiro, e il vento incessante alza polvere, sabbia e sale. Sarà che è il punto più basso delle Americhe (nel mondo è secondo solo al Mar Morto e a non ricordiamo che in Africa), ma la Death Valley è un'esperienza indimenticabile.
Il primo assaggio lo dà la Panamint Valley, a sud ovest, che attraversiamo per prima dopo aver superato delle montagne. La Panamint è un altopiano completamente circondato da monti, che ospita qualche cactus e dei bassi cespugli un po' dappertutto. Ha forma ovale allungata, e la tagliamo lungo il diametro più corto; superiamo nuovamente le montagne successive, e iniziamo a scendere.

La strada serpeggia fino ad un vasto altopiano. Vasto però non rende l'idea; la Death Valley è enorme, gigantesca. Ai confini, tutto attorno, c'è una catena di montagne intorno ai 1500 metri e, in mezzo, si arriva quasi a 100 metri sotto il livello del mare. Il terreno è spaccato e distrutto se di terra, a dune se di sabbia e segnato e levigato dal vento se è di roccia. La temperatura media supera i 45°C; il termometro della macchina è arrivato a 49°C, e un termometro statico presso uno dei centri di accoglienza superava i 53°C. È costantemente battuta da un vento caldissimo, che piega le poche piante e scuote i cespugli e i rovi. La roccia che la costituisce è il Borace, un derivato del salgemma che, se da un lato contribuì in qualche modo all'economia locale con miniere e strutture di lavorazione nei primi '900, dall'altra parte ha trasformato nei millenni questo posto in una spaccatura della terra coperta di sale.
Fare escursionismo è difficile e poco raccomandabile senza un'adeguata preparazione. Le guide consigliano di non allontanarsi mai dalla macchina e non provare nemmeno a fare quattro passi senza l'adeguata riserva d'acqua e un buono stato di salute. In effetti, qui fa male anche solo restare in piedi. Un pò dappertutto usano la foto di una tomba di un ragazzo, escursionista, morto di caldo durante un giro in solitaria nella Death Valley e ritrovato giorni dopo dalle ricerche: sulla tomba hanno scritto "A victim of the elements". Per non fare la stessa fine, noi ci limitiamo a visitare le cose dove si arriva in macchina e, al limite, dove si fanno solo pochi minuti a piedi.

Stovepipe Wells.
Primo segno di civiltà che si incontra nella valle (primo di due, eh, non è che qui ci viva molta gente), consta fondamentalmente di un rifornimento di benzina, un bar e un piccolo supermercato. Il resto è deserto rovente: così rovente che tra le case si aggirano dei corvi di sei chili l'uno, che boccheggiano cercando l'ombra. Poche miglia oltre troviamo il Devil's Cornfield, il campo di grano del diavolo: per uno strano gioco di acque sotterranee e venti di superficie, gli arbusti di questa zona crescono spontaneamente tutti allineati, come se fossero coltivati da mano umana.
L'ingresso nella Death Valley sarebbe a pagamento (20 $ a macchina, come lo Yosemite); ma vista l'impossibilità di controllare tutti gli ingressi per tutto il tempo (i ranger morirebbero a sciami), si affidano ancora una volta alla fiducia del turista. A Stovepipe Wells c'è una macchinetta automatica: si inserisce il pezzo da venti, la macchina ti rende uno scontrino, e basta entrare nel Visitors Center di Furnace Creek (il centro principale della Death Valley) per avere il pass. Pass peraltro non necessario, visto che mancano i controlli. Beati americani. Noi comunque, da turisti coscienziosi, paghiamo il ventino.

Furnace Creek.
A Furnace Creek ci sono fondamentalmente due cose: il Visitors Center, che fornisce mappe, informazioni, cartine e i soliti souvenir da quattro soldi; e un grosso negozio/supermercato travestito da ranch. Nel Visitors Center visitiamo una brevissima mostra che racconta la storia e le caratteristiche della Death Valley; cerchiamo qualche souvenir carino ma fanno tutti cagare. L'organizzazione del parco nazionale non sembra malvagia: ci sono informazioni per ogni cosa, e tre donne ranger per rispondere a tutte le domande. Al ranch invece prendiamo una pinta di Ben&Jerry's Peanut Butter Ice Cream, per un totale di 475 cc di colesterolo, che divoriamo in quattro e quattr'otto con due cucchiai di plastica.

Devil's Golfcourse.
A poche miglia da Furnace Creek, un sentiero laterale porta al campo da golf del diavolo. La strada termina su una piazzola al centro di una pianura gigantesca. E quando diciamo gigantesca intendiamo veramente sovrumana. Il terreno è impregnato e coperto di sale, tanto da rompersi e spaccarsi in zolle di diverse dimensioni, dure come cemento per la cristallizzazione del sale. Manco a dirlo, qui non cresce nemmeno l'erba spagna. Facciamo due passi su questo suolo lunare e raccogliamo anche un pezzo del terreno per ricordo. C'è da dire che il diavolo qui lo spazio per farsi un campo da 18 buche ce l'ha tutto: ma visto il terreno, potrebbe essere un problema giocarci.

Bad Water.
Proseguiamo ancora sulla strada principale per andare a scoprire il cuore della Death Valley, il bacino di Bad Water. Quando i primi esploratori giunsero qui, pensarono ad un miracolo: c'era acqua che sgorgava dal terreno, e bastava scavare un paio di spanne per trovarne. Purtroppo per loro, l'acqua era incredibilmente salata e fondamentalmente imbevibile: la sorgente raccoglie infatti tutto il sale dal terreno, e spurga dalle crepe quest'acqua densa e biancastra, dove nemmeno gli insetti più temerari posano le zampe. Bad Water è anche il punto più basso della Death Valley (e delle Americhe): siamo a -282 piedi. Carina l'idea, sul monte sovrastante il bacino, di appendere un cartello gigante 282 piedi sopra le nostre teste con scritto: sea level.

Zabrinski Point.
Torniamo sui nostri passi fino a Furnace Creek, e qui cambiamo direzione per uscire dalla Death Valley. Il pomeriggio ormai è già inoltrato, ma il nostro attardarci ha bisogno di un'ultima necessaria sosta: Zabrinski Point (ricordate il film? La casa che esplode, la musica dei Pink Floyd...). Parcheggiata l'auto, si percorrono pochi metri a piedi sotto un vento caldo e violentissimo per raggiungere un eccezionale punto di osservazione. Tutto intorno, rocce scavate dal vento, canyon di pietra gialla e il nulla più assoluto, in tutte le direzioni. Imperdibile.



Las Vegas.

Partiamo dalla Death Valley alle sei del pomeriggio, consci di avere di fronte l'ultimo strappo della giornata: 100 miglia ci separano da Sin City, Las Vegas. La strada è quanto di più noioso fatto finora: una striscia di asfalto ad una corsia, perfettamente dritta, circondata dal nulla cosmico. Si prosegue così per un'ora, talvolta salendo di quota, talvolta curvando: non ci accorgiamo nemmeno (non c'era neanche un cartello) di lasciare la California ed entrare in Nevada.
Cala il sole, e nella penombra del tramonto arriviamo a Pahrump, subito ribattezzato Pahrumpò na mmerda. Fondamentalmente, un paese di quattro case grande quanto la Lombardia: case abbandonate, case in vendita, proprietà in vendita, terreni in vendita. E tra le abitazioni, chilometri di deserto. Una tristezza sconfinata, appena interrotta da un Walmart e un MacDonald's ogni tanto.
Il ritardo accumulato nella Death Valley ci permette di lasciare Pahrump verso Las Vegas con il buio. La strada non è proprio agevole (a destra e a sinistra il deserto; e nemmeno un lampione ad illuminare i tornanti su e giù per le colline), ma ci accompagna di fronte a noi un bagliore quasi sinistro, una luce innaturale che si alza da dietro le montagne che abbiamo di fronte. Sono le luci di Las Vegas, che vediamo finalmente dall'alto appena superata l'ultima vetta.
Dal buio della strada, la distesa di luci è impressionante: il bagliore è quasi accecante, e riempie l'intero orizzonte. Distinguiamo anche da distante la Torre Eiffel dell'Hotel Paris, il maestoso Bellagio e le luci della Strip. L'effetto, dopo una giornata intera di deserto, è di un contrasto tale da far venire il mal di testa: di là la solitudine, la meditazione, il silenzio. E di fronte a noi il casino, il traffico, la gente, il denaro.

Raggiungiamo il Planet Hollywood Hotel al centro della via principale (the Strip), ci laviamo di torno la polvere, il sale ed il sudore, ed usciamo in strada. Tutto quanto qui è esagerato: le luci, le auto, gli hotel, la gente. Ci sono dozzine di messicani che cercano di rifilarti la pubblicità di un servizio di escort a pagamento; coppie di anziani annoiati; giovani in cerca di emozioni, mariti e mogli in cerca di fortuna. È tardi ma c'è gente ovunque, macchine ovunque. Riusciamo a vedere dall'esterno il Luxor, il Parigi il Treasure Island (con spettacolo dei pirati), l'MGM Hotel, il Bellagio; ed entriamo nel Venetian, con la riscostruzione di Venezia, le gondole, i ponte di Rialto e la statua di San Marco con il leone. A Las Vegas lavorano tutti di notte: casinò, bar, negozi, persino gli operai di un mega cantiere sulla Strip e un piastrellista che sta sistemando il marciapiede al Venetian (altro che il nostro idraulico...).
In questo momento siamo sul letto della nostra stanza, al ventiduesimo piano della torre sud. Dalla finestra, aperta, vediamo chiaramente l'MGM Hotel e le luci della città. La giornata è stata lunga, la notte lo sarà ancora di più (perchè dubito che domattina ci svegliaremo tanto presto...)


SCHEDA DEL GIORNO
Miglia percorse: 416
Alloggio: Hollywood Planet Hotel, Las Vegas Boulevard, Las Vegas
Alimentazione scorretta presso: Schat's Bakery, supermercato, gelateria di Furnace Creek, Panda Express
Frase del giorno: (rivolti ai corvi di Stovepipe Wells) Non ci avrete mai, mangiacarogne!
Acquisto del giorno: la maglietta di Las Vegas
Best of the Day: arrivare a Las Vegas col buio

4 commenti:

Unknown ha detto...

bellissimo, avete raccontato le vostre emozioni facendole vivere anche a noi; invidia...invidia...invidia....
divertitevi alla grande
mamma e papà

Anonimo ha detto...

wow... davvero, non riesco a dire altro, se non wow....

[diciamo "ciao alessio" XD ]

Perro ha detto...

"Pahrumpò na mmerda"

AHAHAHAHHHHHHHHHHHHHAHAAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHHAHA

Anonimo ha detto...

eto visto las vegas. vi siete beccati i bot.

PS: Travaglio rulla

Perro, Elena, Daniela, Marzio e Du.